il Cammino di Santiago

Un passo dopo l’altro, senza aspettative, senza fretta, con la serenità di chi è proprio lì dove vuole essere. E’ un desiderio semplice, quello del cammino, nato per caso, insinuatosi piano dentro di me per realizzarsi nel modo più naturale possibile.

Finalmente sento di potermi fermare, sembra un paradosso dopo tanta paralisi. Lì in quel pantano di paure e incertezze, fermarsi era impensabile, l’unica salvezza era essere sempre in movimento, avere l’illusione di continuare ad andare in un mondo immobile. Ora, un piede davanti all’altro, sento che uno dopo l’altro metto in fila anche i pensieri, senza aspettative, li lascio fluire dentro di me, mi ascolto. Darsi spazio, darmi spazio, stando con quello che c’è, che la vita non è giusta né sbagliata, semplicemente è. Mi lascio sorprendere da ciò che incontro sulla strada accogliendolo, senza giudizio. Una salita è solo una salita, un passo alla volta scivola via lasciando il posto a nuovi percorsi e non è che una parte del cammino. Quello che la mattina sembrava impossibile, la sera mentre cala il sole e l’aria rinfresca le gambe stanche e pesanti, non è che un ricordo a cui brindare con il sorriso. Non sai cosa sei capace di sopportare e come lo farai, finché non ti trovi ad affrontarlo, tutto ciò che ti serve sapere è dove farai il prossimo passo, poi un altro e un altro ancora, uno dopo l’altro, con fiducia e pazienza.

Perché si può credere di sapere già come andrà, ma il mondo intorno cambia continuamente, incurante di qualsiasi piano. Ci si sveglia in una fitta coltre di nebbia, si muovono i primi passi al freddo e al buio con una pioggia così fina da essere impercettibile, e man mano che si avanza senza pretese, il paesaggio muta intorno, le montagne lasciano spazio alle foreste di salici, silenziose ed eleganti e poi ancora agli immensi campi di grano che ballano al vento illuminati da un sole splendente. Non sai mai cosa ti aspetta all’arrivo, ma sai dove metterai il prossimo passo ed è tutto ciò che ti occorre sapere.

Un passo dopo l’altro, mi prendo del tempo per me, per trovare il mio personale passo, il mio ritmo. Come le margherite che ostinate crescono tra le più piccole crepe della terra, così dentro di me fioriscono i pensieri, ricordi, immagini, irrisolti che ancora pesano nel mio bagaglio, momenti felici, persone che porto con me. I miei legami, persone che non ci sono più che sono tutt’intorno a me, persone che avrei voluto qui con me, persone che sento vicine al mio cammino anche se lontane, persone di cui porto un po’ del dolore di una perdita, persone di cui porto la gioia di una nuova vita che si prepara ad arrivare. Me ne ricordano le cose che incontro, un posto, un colore, una pianta, un paio d’occhi grandi come i tuoi. Proprio mentre sono sola, scopro che non sono sola mai, che questo è senza dubbio il mio tesoro più grande. Proprio mentre sono sola scopro che non sono sola mai, perché qui si è parte di qualcosa di più grande, che accomuna tutti. Nel cammino siamo tutti insieme, tutti uguali, non abbiamo età né nazionalità, non abbiamo differenze, solo storie da raccontare da condividere e da scrivere insieme. Perché il cammino è di tutti, che tu abbia dodici o ottant’anni, che sia in bici o a piedi, per un giorno o per un mese, non importa come né il perché, l’unica cosa che conta davvero è farlo. Stare da soli è un’esperienza che arricchisce l’animo, ma il sentirsi soli, la solitudine, non dovrebbe provarla nessuno mai, è il vero fallimento dell’umanità.

Nasce la consapevolezza che a volte più che fare, è importante semplicemente essere.

Scopro che in certi giorni dove torna continuamente il pensiero è dove fa ancora male. Certe delusioni bruciano come scottature sulla pelle scoperta, sciolgono certi legami come neve al sole, ma sono fresca linfa per nuove fioriture. I legami profondi sono quelli che resistono ad ogni stagione, ad ogni tempo e ad ogni cambiamento, che non esiste dolore così grande da non portare un nuovo germoglio dentro di sé. Quando sembra impossibile, è indispensabile allargare lo sguardo, non siamo che una parte di un tutto, infinitamente più grande di noi.

Cammino e realizzo che trovare qualcuno con il tuo stesso passo è semplice fortuna, lasciare andare chi corre avanti o resta indietro, con la fiducia di potersi reincontrare un giorno e la gratitudine di aver, comunque, condiviso un pezzo di strada, è una saggezza di pochi. Prevale spesso l’arrogante pretesa nel voler tirare a sé chi è destinato ad altre strade, o di affannarsi a seguire qualcuno al costo inevitabile di perdere in qualche modo sé stessi. Ma qui, semplicemente mettendo un piede davanti all’altro, accogliendo la vita, si accoglie anche l’altro nella propria strada, anche solo per il tempo di un saluto, di un sorriso, o per giorni interi, con la promessa di arrivare insieme alla meta. Quando non ci pensi è più semplice, quando non ti lasci frenare dal dubbio o dalla paura di dover prima o poi salutare quella persona forse per non rivederla mai più. Ma a cosa serve lasciarsi spaventare dai limiti della propria mente se non allontanarti dalla possibilità di godere respirando a pieni polmoni la disarmante bellezza del presente. Che il dolore, come le salite, non è che una parte del cammino, si può scegliere se soffrire nel tentativo di evitarlo, o accettare di ferirsi correndo verso alla felicità.

Ancora una volta scopro come quello che più desidero si trovi dall’altro lato della paura e che più che il coraggio a volte basta avere fiducia. Affidarsi, a sé stessi e al moto interiore che se lasciato libero porta proprio lì, dove vorresti essere. I greci lo chiamavano daimon, nello yoga si parla di dahrma, la legge universale che porta alla tua personale illuminazione. Quando senti viva dentro di te quella spinta, quando impari ad ascoltarla con fiducia, in quel momento la fitta nebbia di paura si dissolve e i giudizi degli altri, le diffcoltà, i limiti, le conseguenze, smettono di essere degli ostacoli ma diventano semplicemente parte del cammino.

E’ tutto racchiuso negli attimi, momenti come scintille, che in questo cammino con gli occhi grandi e il cuore aperto per poter raccogliere ogni singolo frammento di questa esperienza, si dilatano fino a sembrare interminabili.

Siamo fermi, questo piccolo mucchio di persone, un gruppo che in qualche modo sa già di famiglia, che non conta il tempo passato insieme ma la profondità con cui lo si condivide.

Ognuno ha scelto il suo posto, in questo angolo di natura, attratti dal rumore dell’acqua ci siamo lasciati portare dalla strada e ora, davanti al costante scorrere di questo piccolo corso d’acqua, ci lasciamo incantare dallo spettacolo che sembra esistere solo per noi, dove ogni cosa è al suo posto, insieme per creare un equilibrio perfetto. Non ci sono pretese nella natura, ambizioni, egoismi, rivalità, ogni cosa vive per ciò che è, ogni cosa è intimamente connessa all’altra, ne dipende e accetta che se ne dipenda. Come l’uccello che si nutre dei frutti dell’albero, che a sua volta affonda le radici nell’acqua del ruscello che si riempie della pioggia che cade. Se ognuno di noi concepisse così la sua esistenza, che ha valore nella misura in cui dipende da ogni altra forma di vita presente sulla terra. Se potessimo rispettare l’altro come rispettiamo noi stessi al di là di ogni differenza, se potessimo tutelare la natura con lo stesso amore che abbiamo per la nostra stessa vita. Chissà come sarebbe il mondo senza fretta, con la serena fiducia che ogni parte collabora per la realizzazione del tutto. Chissà come sarebbe la vita di ognuno di noi se fossimo sollevati dalla pressione della realizzazione individuale, per fare spazio al valore della collettività dell’esistenza.

Ognuno, in silenzio, contempla la straordinaria bellezza della natura. Non ci sono parole da dire, a volte, è importante semplicemente stare.

Più di tutto vorrei portare dentro di me, nel mio cammino quotidiano, questa sensazione profonda di libertà. Nel cammino non ci sono limiti ma solo nuove possibilità, non c’è fretta ma solo il desiderio di vivere a pieno ogni momento, non ci sono estranei ma solo amici che non si conoscono ancora.

Il cammino di Santiago è la metafora della ricerca di se stessi: è un’esperienza alla portata di tutti, qualunque sia la tua storia, l’unica cosa che conta davvero è, ancora una volta, esserci. Che la meta del cammino è il cammino stesso.

Dovunque tu vada, ci sei già.

il 4 Dicembre

“Per tanto tempo dottoressa sono stata come anestetizzata, come quando va via la luce e si accendono le luci di emergenza. Continuavo la mia vita senza accorgermi di nulla, mi ero aggrappata a quel debole barlume tra l’immensità della mia oscurità che ignoravo ad ogni costo, come se il mio corpo sapesse che in quel momento non avrei retto il peso di quel corto circuito. Andavo avanti come un fantasma, come se non fosse successo nulla, senza riuscire a provare più nulla, se non rabbia. Mi capitava di arrabbiarmi per le cose più insignificanti, per me erano come piccole scosse elettriche: il numero in rubrica, un promemoria in agenda, un maglione rimasto nel fondo dell’armadio. Tante piccole scosse, mi accecavano e mi devastavano, tanti piccoli corti circuiti contro cui lottavo con tutte le mie forze. Per tanto tempo c’è stata solo tanta rabbia, non capivo e non volevo capire, troppe domande che non avrebbero mai ricevuto risposta, c’era solo una grande voragine dentro di me, continuavo a percorrerne i bordi senza veramente entrarci. Ho capito poi che certe domande non trovano mai risposta, che certi vuoti non possono essere colmati. Sono venuta qui da lei senza un vero motivo, una parte di me mi ci ha portato come si porta un bambino dal dottore, sapeva che non bastavo a me stessa, che avevo esaurito ogni energia per potermi prendere cura di me. Sono stata per mesi la mia stessa ombra, credevo di non meritare di tornare alla vita, credevo non fosse giusto. Che pensiero assurdo, la giustizia, proprio quando la vita mi aveva schiaffato in faccia il più grande torto che potesse farmi, in un attimo tutto quello che sarebbe dovuto essere non sarebbe stato mai. Ho ricucito qui un nuovo senso alla mia esistenza, era tutto ciò che mi era rimasto, tanto valeva farne qualcosa. Come un chirurgo che ricuce con precisione e pazienza due lembi di pelle, ho cercato di sanare una ferita troppo profonda per essere richiusa. Mi è rimasto un arto fantasma, sento la sua presenza ogni giorno e ogni giorno qualcosa mi ricorda di quella parte di me che non esiste più. Sono entrata in quella voragine, ne ho sentito la profondità, l’ho respirata profondamente, mi sono lasciata avvolgere, immergere, ho rischiato di annegarci, mi ci sono lasciata andare. Mi sono lasciata disperare, piangere, consolare. Per mesi ho accuratamente evitato ogni cosa che potesse ricordarmelo, luoghi, strade, persone. Me ne sono accorta quando qualche giorno fa sono tornata in quel bar dove facevamo spesso colazione il sabato mattina, non ci entravo da un anno. E’ stato il primo posto che mi è venuto in mente, il primo ad uscire da quell’oblio che mi è costato così tanto costruire, ho preso un aperitivo al sole e per la prima volta dopo tanto tempo ho riso sinceramente divertita, è stato un attimo. Era come se in qualche modo ci fosse anche lui insieme a me, ho capito che lui non è in quel vuoto, che lui la vita me l’ha riempita e la riempie ancora adesso, che il vuoto appartiene al dolore che mi ha cambiata per sempre, ho capito che va bene così. Come un arto fantasma, non riavrò mai quella parte di me, ma quel dolore carico d’amore mi ricorda che c’è stata.” –

Ho letto una volta che il dolore di una perdita non è per ciò che ci ha lasciato, ma per la pretesa che si avanzava su di esso. La mia famiglia, il mio fidanzato, mio fratello, mio cugino, cresciamo nell’illusione che le vite degli altri possano appartenerci, nonostante l’ineluttabile destino che ci accomuna l’uno a l’altro. Ci lasciamo sedurre dalla convinzione che qualcuno possa in qualche modo essere nostro, di nostra proprietà. Ho scoperto a mie spese che nulla in questa vita si possiede veramente, tranne le cose superflue e materiali. Siamo ospiti di un mondo che abitiamo temporaneamente, se potessimo ricordarlo più spesso, forse impareremmo a dare valore a ciò che merita, ad essere grati per chi ci accompagna anche solo per un tratto del nostro cammino, che nulla è davvero sotto il nostro controllo.

Stringo forte il girasole tra le mani, lo sguardo si posa sui suoi petali stanchi e luminosi, il pensiero vola a te e parole tremanti cariche di sentimenti danno voce al flusso dei miei pensieri.

Oggi avrei voluto essere in due posti distinti, sono qui eppure il mio cuore è a Napoli.
Non è un giorno qualunque, anche quando sono altrove, anche quando non ci penso, arriva all’improvviso, come un odore pungente e penetrante, quello di un dolore vecchio e ormai ammuffito che non va più via dalle pareti, fa parte di me. È un sospiro più profondo, un ricordo, un pensiero sospeso. Come quelle giornate grigie che risvegliano nelle ossa antiche fratture, così sono certe ricorrenze.
Oggi non è un giorno qualunque, eppure non sei qui. Sei in ogni giorno e nelle cose che ho intorno, sei la luce dorata del sole che irradia la sabbia in modo spettacolare, sei quella canzone che cantavamo in bicicletta a squarciagola che passa la radio mentre guido in autostrada, sei la mia rabbia che mi spinge a riprendere chi non ha rispetto per questa città, che distrattamente lancia una carta dal finestrino.
Oggi non è un giorno qualunque, quella fitta improvvisa mentre guardo il calendario di sfuggita me lo ricorda puntualmente, quell’amaro in bocca, sapore di ferite mai sanate, di lacrime mai asciugate.
Eppure non sei qui, non in questo luogo né in questo tempo, sei in ogni cosa e in ogni momento.
Sento ancora la tua risata e di questo sarò sempre grata, che sia oggi, dieci anni dopo, il giorno per guardare al pieno che hai portato nella mia vita che è più degna di essere vissuta perché tu non ci sei più.
Tuo è il mio coraggio di avere paura, Tuo è il mio genuino aprire il cuore all’altro, Tuo è il mio modo di scherzare dispettoso e divertente.
Perché la mia vita è anche la tua e tu sei il mondo intorno a me.
Non smetterò mai di essere triste il 4 dicembre ma sarò sempre grata a questo dolore, perché mi ricorda che sei stato al mondo e se l’hai lasciato fisicamente sei dentro ognuno di noi che sentendo il peso della tua assenza vive un po’ più forte, perché vive anche per te.
Niente si possiede davvero in questo mondo se non le cose superflue e materiali, così come il controllo è un illusione a cui la vita si ribella contro ogni logica e idea di giustizia.

Questo girasole che mi ricorda te, oggi lo porto con me, è quel tuo sguardo spaventato e coraggioso, che non mi lascia sola mai.

If you can’t go outside, go inside

Un anno fa scrivevo le ultime parole per questo blog, questo spazio che è una finestra nella mia testa, che alleggerisce il tumulto di pensieri emozioni e parole che si aggrovigliano dentro di me, che a volte non mi lasciano vedere il mondo con chiarezza. Quando mi sento pesante, so che è arrivato il momento di fermarmi, di chiudermi al mondo per aprirmi a me, per rimettere ogni cosa al suo posto e ricominciare. Un po’ come la poltrona che scompare sotto la pila di vestiti ogni giorno di più, come la scrivania improvvisamente sommersa da milioni di fogli che mi dovrebbero servire da promemoria ma che dimentico appena finisco di scriverci sopra. Così funziona la mia testa, si ingolfa, ed è il segno che è arrivato il momento di fermarmi, di fare pulizia, buttare via il superfluo e fare spazio per il nuovo. La mia stanza in questi mesi non è mai stata così ordinata e insieme alla vita si sono fermati anche un po’ i pensieri. Ho smesso di scrivere, ho cercato fuori di me le risposte, ho cercato di mettere ordine agli eventi del mondo, trovandomi sconfitta di fronte all’incertezza. Non starò qui a dire quanto sia stato difficile questo anno già così profondamente bistrattato, ma piuttosto come un cercatore d’oro preferisco scorgere ogni singola pepita che luccica forte in questo setaccio pieno di terra e sassi duri da digerire. C’è chi la chiama bellezza collaterale, quella ricchezza profonda presente anche nei dolori più grandi, visibile a chi si permette guardare oltre.

La bellezza collaterale di questi ultimi mesi è stata per me un lento e profondo cambio di prospettiva che solo un evento così grande poteva innescare. Perdere il controllo mi ha fatto capire quanto sia illusorio e pericoloso sentirsi in controllo della propria vita, degli avvenimenti, del tempo. C’è un detto che dice che essere incerti è pericoloso, ma essere certi è ridicolo. Io, che ho fatto della programmazione una ragione di vita: programmi di studio, programmi di viaggio, programmi di lavoro, orari, attività, compiti, fogli su fogli di agendine strabordanti di analisi dettagliate di qualsiasi aspetto della mia vita. Io, che non ho mai agito di impulso nemmeno scegliendo un piatto dal menù al ristorante, mi sono ritrovata dubitare del mio modo di vivere la vita, mi sono ritrovata a navigare a vista. Io, che ho passato anni a smontare e rimontare la mia nave, a controllare e ricontrollare, a mettere in discussione ancora prima di iniziare, ho iniziato a chiedermi se veramente si può essere preparati alla vita, se poi alla fine di tutto esiste davvero una corte pronta a giudicare il tuo operato nel bene e nel male.

Ho imparato che per correre bisogna andare piano, un passo alla volta, ma senza fermarsi mai. Che alla fine arrivi molto più lontano di quanto avevi mai immaginato, che tutto quello che serve è un passo solo, un altro e poi un altro ancora e niente più. Ho imparato un giorno al parco che interrogarsi su ogni singola scelta che fai ti fa perdere la strada. Come le formiche seguono il loro istinto, costruendo il loro formicaio un minuscolo pezzetto di erba alla volta, senza chiedersi se è quello giusto, se più avanti ce n’è uno migliore, più grande o più verde, così dovremmo fare anche noi, un mattoncino alla volta, anche quando non si riesce a vedere l’opera finita, anche quando sembra interminabile o addirittura impossibile, anche se a volte non sembra essere la cosa giusta. Ho imparato che se scopri il tuo talento, se guardi dentro di te e ti ascolti, se diventi tuo alleato, le opportunità si dispiegano davanti a te senza neanche doverle cercare. Ho imparato che non servono tante persone nella vita, ma quelle giuste, che vedono in te quello che tu non sempre riesci a vedere, che ti accompagnano nella vita rendendo la tua strada un campo fiorito, senza chiedere nulla in cambio. Ho imparato che è molto più difficile vedere le proprie risorse che non i propri difetti, ma che è molto più facile raggiungere i propri obiettivi usando i primi che non cercando di cambiare i secondi. Ho imparato che quando tutto sembra perso e dove prima c’era la tua vita ora c’è un grande vuoto, in realtà è appena stato creato uno spazio prezioso per qualcosa di nuovo. Ho imparato che sono le persone più che le circostanze a fare la differenza, che chi è più felice non è chi ha di più ma chi sceglie di vedere in ogni vuoto il suo pieno. Ho imparato che quando ti ostini a cercare in un punto preciso le risposte o la felicità, senza successo, è perché qualcosa dentro strilla per essere ascoltato, che allora vale la pena smettere anche solo per un secondo di cercare fuori per non guardare dentro. Che è stato un anno difficile non è un mistero per nessuno, ma che in ogni difficoltà si nasconde la bellezza, è un segreto per pochi cercatori. Ho imparato che il bene che dai può solo tornare più forte, che l’amore non conosce confini e che oltre le distanze c’è sempre un abbraccio pronto ad accogliere il più solitario degli animi. Ho imparato che negli occhi si possono leggere i segreti più nascosti, che non puoi guardare al mondo senza farti guardare, che non esiste scambio che sia unidirezionale e devi esporti al rischio di ferirti se vuoi partecipare. Ho imparato, infine, che non è tanto quello che fai, ma come ti senti quando lo stai facendo, che può fare la differenza tra chi vorresti essere e chi diventerai. Ho imparato che non tutte le belle storie hanno un lieto fine, che quello che sembra un inizio da favola a volte resta inconcluso ma che questo non ne sminuisce la bellezza, anche se è difficile da accettare. Ho imparato che non serve andare lontano per viaggiare, quando sei pronto a vedere ogni esperienza come un avventura, con gli stessi occhi attenti ed entusiasti di chi guarda a qualcosa per la prima volta. Ho imparato che a volte basta cambiare anche un solo tassello di un ingranaggio per invertire tutto il meccanismo, che le vulnerabilità sono la più grande delle vergogne ma possono diventare la forza più potente se si accolgono con amore.

Ho imparato che la gratitudine è un atto rivoluzionario,

Ringrazio questo 2020 per avermi reso libera di lasciare andare.

Ringrazio questo 2020 per avermi portato amici nuovi che mi fanno sentire a casa.

Ringrazio questo 2020 per avermi permesso di creare attimi di bellezza e nuovi percorsi.

Ringrazio questo 2020 per avermi fatto sentire ancora più vicina a chi è stato più che mai lontano.

Ringrazio questo 2020 per aver portato via tutto il superfluo, per avermi fatto riscoprire il potere dell’essenziale.

Come può uno scoglio

Arginare il mare

Anche se non voglio

Torno già a volare

Meteore

E’ incredibile come a volte più si cerchi disperatamente qualcosa più sia difficile trovarla. Come quando non riesci a trovare gli occhiali, allora guardi sul tavolo, scavi nella borsa, frughi nelle tasche, finché qualcuno non ti fa notare che in realtà li hai già, sono proprio lì sulla tua testa. Come quella volta al mare, io e te, con la pelle bruciata dal sole e l’espressione rilassata di quei posti in cui è vacanza sempre, dove i saluti durano ore e si trascinano fino alla portiera della macchina e si accompagnano sempre a qualche raccomandazione. Quel giorno era più una missione, un rituale da onorare, fermarsi a cenare a quel ristorante sulla strada, che non si sa bene dov’è ma che si trova sempre. Mi ricordo gli occhi attenti a scrutare i dintorni, l’impazienza e poi il dubbio, che quel posto ci fosse sfuggito, che la strada non fosse quella giusta, per poi arrendersi per la fretta ad una pizza. Mi ricordo la delusione che scivolava via tra un sorso di birra e gli sguardi complici. E’ passato un anno, canto con Jovanotti quelle canzoni che ti fanno sentire in vacanza sempre, mentre la macchina corre sulla strada e i miei pensieri mi portano lontano. In un attimo, senza motivo, giro lo sguardo giusto in tempo per vedere comparire quell’ombrellone e quell’insegna rossa, inconfondibili, sul ciglio della strada. Sorrido, penso che le cose che cerchi senza successo le trovi sempre quando non servono più. Faccio in tempo a scorgere dalla finestra due ragazzi che si accomodano a un tavolo in un angolo della sala. Chissà che quei due non sono io e te, in un altra vita, su un altra strada.

Forse la maggior parte degli sbagli li facciamo perché prendiamo le decisioni “per paura di” e non “per voglia di”. Non lasciamo andare situazioni infelici o scomode o vuote per paura di sentirci soli, abbandonati, o anonimi. Non ci lasciamo andare a situazioni nuove per paura di fallire, perdere, rischiare. Dovremmo invece iniziare a fare cose per la voglia di condividere, scoprire, crescere anche attraverso gli sbagli e le cadute, a volte proprio grazie a questi.

Che alla fine la vita è tutta qui, in questo momento, qui e ora. Viviamo nella convinzione di avere sempre tempo, ma in verità nessuno sa se il tempo che è passato è poco o tanto rispetto a quello che lo aspetta. Ogni momento è un buon momento per ricominciare, ogni occasione è quella buona per provare e forse ogni tanto serve non sapere come andrà a finire. Che i desideri e le paure di ognuno si assomigliano tutti, basta guardare oltre la superficie. Allora bisognerebbe stare tutti più vicini, aprire le porte invece di chiuderle, condividere invece di nascondere, perché quello che porto io dentro sicuramente prima o poi lo troverai anche tu dentro di te. Bisognerebbe pensarci due volte prima di puntare il dito e non pensarci un secondo ad allungarsi in un abbraccio, a tendere la mano. Dire sempre “grazie” invece di “scusa” e chiedere più spesso e sinceramente, come stai?

Per la prima volta sentirmi veramente libera, guardare il sole tramontare sull’oceano con il vento che mi taglia il viso e scaccia via ogni paura. Vivere tutto, indistintamente, capire che non ci sono emozioni negative, perché ognuna fa il suo corso se glielo lasci fare e a pesare non è quasi mai quello che senti ma più spesso quello che pensi. Ritrovarmi veramente sola senza sentirmi sola mai, riscoprirmi complice di me stessa, trovare la bellezza di ogni momento, vivere fino in fondo ogni esperienza, essere grata sempre. Ritrovare la compagnia e vedere che condividere moltiplica le gioie, ricordarmi di ritagliare dei momenti per me, sempre, come quest’alba dorata che filtra tra le palme e l’odore di caffè che si confonde con il profumo dei fiori. Immergermi nella natura, che guarisce il corpo e lo spirito, che ti ricorda il ritmo autentico della vita. Imparare che per ritrovare l’equilibrio è necessario perderlo, anche solo per un attimo.

“Quelli che danzavano venivano creduti pazzi da chi non poteva sentire la musica.”

I am whole, I am learning

I am letting go, I am free.

I am brave, I am healing.

I am loving myself unapologetically

alex elle

– Act with purpose, Embrace uncertainty, Enjoy the moment, Trust your instincts, Explore curiously –

WHEN YOU LISTENED

When I was lost, you did not try to save me.

When I was scared, you did not try to take away my fear.

When I felt I couldn’t go on, you allowed me to rest.

When my certainties fell away, you blessed my doubts.

You never tried to heal me, yet I was able to heal in your presence.

You never gave me answers, so I found the courage to find my own.

You never gave me advice, so I learned to trust my own unique path.

You helped me to learn to tolerate, and then love, the night within.

Yes, in my darkest moments, you listened. And that made all the difference in the world.

– Jeff Foster

If you take a risk you’ve already gone further than most other people.

L’Inizio di una nuova Era

Da piccola non mi è mai stato insegnato a trattare con le emozioni scomode, anzi. 

La mia insegnante alle medie aveva soprannominato la mia famiglia “la famiglia del mulino bianco”, sempre sorridente e felice. No, non è un caso che io abbia detto “la mia famiglia” e non noi, perché io, a 13 anni, nel pieno della mia tempesta ormonale, mi sentivo molto più vicina al Grinch. Tralasciando i dettagli di cosa significhi per una ragazza attraversare le delicate trasformazioni ormonali e fisiche della pubertà, basta sapere che io a partire da quella fase della vita mi sono sempre sentita un po’ la pecora nera di un gregge in cui non sembrava esserci spazio per alcun tipo di dramma. Tutto credo abbia avuto origine dalla leggendaria seraficità di mia nonna il cui motto era “Tout casse, tout passe, tout lasse. Il n’est rien, et tout se remplace” (Tutto si rompe, tutto passa, tutto si lascia. Non è niente, e tutto si rimpiazza.) e sia proseguito poi con mia madre, che non ho mai visto arrabbiarsi seriamente né perdere il controllo, tutt’al più a volte l’ho sentita dire “oggi sono un po’ nervosa” oppure, massimo segno del suo scompenso emotivo, “devo essere agitata perché non ho dormito bene stanotte”. Ho sempre avuto profonda ammirazione verso quella specie di ascetismo emotivo per cui era possibile ignorare quasi tutte le difficoltà, grandi o piccole,  o liquidarle con un “e che vuoi fare, è la vita bellezza mia”. L’aspirazione verso quell’atteggiamento che in termini psicologici si definisce strategia di coping, o a seconda del punto di vista meccanismo di difesa, non ha fatto altro che aumentare il mio senso di inadeguatezza negli anni. Perché ovviamente la pubertà non era che l’inizio di una serie di sfide che avrei poi affrontato in diversi momenti della mia vita. 

Io, che ho fatto della calma apparente il mio scudo verso gli urti della vita,  in realtà per molto tempo non ho fatto altro che tentare di ingoiare l’intero Pantone delle emozioni, positive e negative, in tutte le loro diverse gradazioni e tonalità, nella speranza di raggiungere quello stato di impermeabilità caratteristico di quello che per me era un modello di vita. Quando provavo un senso bruciante di umiliazione, o la frustrazione del fallimento, l’adrenalina del rischio, l’impazienza per una risposta, cercavo di minimizzare, di controllare, di non pensare. Inevitabilmente finivo per sentirmi inadeguata, sbagliata in qualche modo, perché a furia di mandare giù si creava una matassa a volte indigeribile. In quei momenti ho cercato di condividere quel groviglio, ho cercato di chiedere aiuto, a modo mio, attraverso il mio scudo di calma apparente, ma avevo in risposta sguardi confusi, interrogativi, e alcune volte preoccupati, ma raramente comprensivi. La risposta più gettonata a quelli che per me erano tormenti degni delle peggiori tragedie greche era un semplice “ma che te ne importa?” davanti al quale mi sentivo non solo incompresa ma il più delle volte impotente. 

Fortunatamente non è sempre stato così, un pò ho imparato a costruire un vocabolario del mio mondo interiore e a condividerlo con gli altri, un pò ho incontrato persone che avevano conosciuto quel groviglio o ne stavano sbrogliando uno simile.

Sono passata così dal mandare giù senza troppo pensare a trovare il mio modo per affrontare gli urti della vita senza ignorarli ma senza neanche crogiolarmi troppo. Ho cercato di trovare il buono in ogni cosa, la soluzione in ogni problema, la forza nelle mie vulnerabilità. Ma c’era ancora qualcosa che mancava, continuavo a sentirmi sbagliata ad ogni errore, a sentirmi “meno” in ogni crollo emotivo, nonostante gli sforzi di accettare e di dirmi “farò meglio la prossima volta, sto imparando” mi sembrava sempre di essere lontana da uno standard, che solo se raggiunto mi avrebbe assicurato la felicità e la soddisfazione personale. 

Il cerchio l’ho chiuso, o meglio, lo sto chiudendo,  trovando gli anelli mancanti, passo dopo passo.  

Scogliere l’ultima matassa mi ha insegnato a trovare il coraggio di accettare e riconoscere, a togliere lo scudo e mettere su un confine che non fosse necessariamente un muro. 

Stare da sola mi ha insegnato ad essere gentile con me stessa, a diventare mia amica, più che un giudice inflessibile, a parlarmi con la stessa comprensione e lo stesso tatto che si usa con i bambini.

Ricadere nelle stesse trappole mi ha ricordato che sono un essere umano e che questo implica necessariamente l’essere imperfetti e la possibilità di sbagliare. 

Esiste quindi un’alternativa al lamento autocommiserativo del “capitano tutte a me”, al rifiuto cieco del “non può fare così/non deve andare così” o alla leggerezza ingenua del “non fa nulla, non è successo nulla” ed è la profonda accettazione, la comprensione  che con amore e compassione fa dire “E’ normale che sia successo, ed è probabile che capiterà ancora, è parte di ciò che significa essere umani e va bene così”. La consapevolezza è vero, è la chiave che apre tutte le porte, ma la compassione è l’ingranaggio che permette di girare la chiave nella toppa. Per dirla con le parole di Rogers, quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare. 

L’auto-compassione è l’anello che mancava alla mia catena, con cui posso riconoscere sbagli, emozioni negative, parti scomode di me, senza per questo sentirmi meno rispetto al mio valore, rispetto ad uno “standard”, senza saltare direttamente alla soluzione del problema. A volte non c’è nessuna soluzione,  altre volte la si può trovare solo se si ha il coraggio di guardare fino in fondo alla realtà. Riconoscere la mia imperfezione mi fa riconoscere anche la piena responsabilità delle mie azioni, mi fa dire ho esagerato, ho ferito l’altro, mi sono messa in imbarazzo, senza quel senso di inadeguatezza che mi ha accompagnato per tanto tempo. Se riesco a riconoscere con più tolleranza i miei errori, se riesco a trasformare la colpa in responsabilità, posso basare il mio valore non solo sui miei pregi e i miei traguardi ma anche sui miei difetti e i miei scivoloni che sono parte di quel valore in egual misura. Allo stesso tempo ho la possibilità di riconoscere la stessa natura imperfetta anche negli altri, di estendere la compassione a chi mi sta intorno, perdonarli per i loro errori nei miei confronti e persino ringraziarli, perchè è anche grazie ai loro sbagli che io sono arrivata fin qui, che sono la persona che vedo che accetto e che amo oggi. Mia nonna e mia madre continuano ad essere in una misura importante i miei modelli, ma oggi al “tout passe tout casse tout lasse….” mi sento di aggiungere qualcosa in più. 

Se un bambino piange perché si è sbucciato un ginocchio non gli dico solo “ non è nulla, ora passa” ma aggiungo “Hai ragione la ferita brucia, è normale, lo so che la botta ti ha spaventato, capita a tutti di farsi male ogni tanto, ma se conti fino a dieci prometto che poi passa”. 

10, 9, 8, 7,…..

Un giorno all’improvviso…

Quando per tanto tempo hai pensato solo ad arrivare alla fine del giorno senza troppi lividi, poi alla fine della settimana, poi alla fine dell’inverno. Quando i pensieri, i dubbi, le incertezze, pesano come un bagaglio che ti tira giù e non lasciano spazio a nient’altro. Quando la tua unica speranza è che, il tempo, prima o poi guarirà tutte le ferite, il tempo darà le risposte a tutte le domande che riempiono la testa. Solo allora, quando finalmente tutto avrà un senso, si potrà guardare avanti. 

Poi invece un giorno all’improvviso apri gli occhi e non è solo l’estate ad essere arrivata senza avvisare. Il caldo sì, ma anche una sensazione strana, un sollievo, una leggerezza, un’energia che era rimasta sepolta per chissà quanto. Così, da un momento all’altro, ti giri e quel bagaglio d’un tratto è molto più piccolo e maneggevole. Tutte quelle domande, le cui risposte sembravano essere vitali, non assillano più la mente e non perché abbiano ricevuto risposta, semplicemente non hanno più importanza. La paura di un possibile disastro lascia spazio all’entusiasmo per una nuova avventura. 

Non è stato il tempo, no, a guarire le ferite. Ci vuole cura e pazienza, ci vuole impegno. Il tempo guarisce le ferite perché in quel tempo lavori e passo dopo passo rimetti insieme i pezzi. L’illusione di una luce improvvisa è in realtà l’ultima di una serie di costanti evoluzioni e trasformazioni. 

La cosa più difficile è perdonare. 

Fin da quando veniamo al mondo siamo in relazione: con le persone, con le cose, con il mondo. Su quasi tutti i libri che ho studiato c’è un concetto che si ripete all’infinito, l’evoluzione dipende da geni più ambiente. Da un lato le nostre caratteristiche innate, dall’altro il contesto in cui cresciamo e di cui  facciamo esperienza. Le relazioni ci plasmano e ci influenzano così come noi influenziamo loro. Esiste però un confine, il limite oltre il quale non è possibile esercitare il proprio potere sul mondo esterno. Nel caso delle persone, in  parte è dovuto probabilmente proprio a quelle caratteristiche che fanno di una persona quella che è, in parte il limite è rappresentato dal confine che quella persona delinea oltre il quale non è possibile arrivare. Non abbiamo il potere di cambiare l’altro, di scegliere per lui, di fargli sentire quello che sentiamo. Anche se sembra la cosa più sensata, anche con la migliore delle intenzioni. Il potere personale diventa impotente davanti ai limiti  esterni. Ma quando dirigiamo questo stesso potere verso noi stessi, ecco che i limiti scompaiono, se non forse quelli che scegliamo di imporci. 

Perdonare per me significa riconoscere il potere che ho di darmi una nuova possibilità, di guardare la realtà con uno sguardo nuovo, di smettere di pretendere e di analizzare ed iniziare ad accettare. 

Ancora più difficile è lasciare andare. 

Il bisogno disperato di cercare un senso, tra tutti i se e i ma, tra tutti i “se solo”, e tanta tantissima rabbia. La rabbia di non essere riuscita a farmi vedere, di non riuscire a spiegare. La rabbia del peso di un fallimento. La rabbia di non sentirmi abbastanza. L’ho portata dentro per un bel pò, l’ho lasciata crescere, mi ci sono anche aggrappata. In fondo sapevo che era tutto ciò che mi era rimasto. Avevo quasi paura di lasciarla andare, di sentire il vuoto che avrebbe lasciato. 

Lasciare andare per me significa ancora una volta riconoscere il mio potere, capire che non è una guerra e non ci sono vinti e vincitori. L’unica guerra l’ho combattuta contro me stessa. Ho il potere di riconoscere da sola il mio valore, di accettare che il passato è passato, senza che questo lo renda meno importante, di fare spazio per il nuovo che può arrivare. 

Più semplice è rifiorire 

L’ultimo incontro del laboratorio Metamorfosi, abbiamo pensato ad un rituale che potesse chiudere il cerchio, per lasciare un simbolo ad ogni partecipante. Le immagini sono uno strumento molto potente, arrivano in profondità oltrepassando la rete di ragionamenti e pensieri in cui spesso restano intrappolate le parole, perdendosi. 

Mi sono ritrovata anche io a prendere in mano un pastello, come non facevo probabilmente da quando ero a scuola, e ho iniziato a disegnare senza pensare. Quello che ne è venuto fuori Valerio l’ha definito un fiore felice, la cosa mi ha sorpreso, un pò come questi trenta gradi all’improvviso. Mi è sembrato assurdo che io potessi avere dentro di me una cosa così semplice e luminosa come un fiore appena sbocciato che sprigiona tutta la sua energia e bellezza. Il dramma e i pensieri negativi, mi sono ritrovata a spiegare, sono in basso e sono il concime, si trasformano per dare nutrimento all’erba e alla terra, permettono al fiore di sbocciare diventando energia positiva. Mi sono ascoltata mentre pronunciavo queste parole e quasi non mi riconoscevo. 

Il difficile di ammettere che non ci sono più ostacoli né freni a mano tirati, è il dover ammettere che non si hanno nemmeno più scuse. Non resta che accelerare, andare incontro ad ogni possibile rischio, ma anche ad ogni nuova possibilità. 

Se sei abbastanza coraggioso da lasciarti dietro tutto ciò che è familiare e confortevole, e che può essere qualunque cosa, dalla tua casa ai vecchi rancori, e partire per un viaggio alla ricerca della verità, sia esteriore che interiore; se sei veramente intenzionato a considerare tutto quello che ti capita durante questo viaggio come un indizio; se accetti tutti quelli che incontristrada facendo, come insegnanti; e se sei preparato soprattutto ad accettare alcune realtà di te stesso veramente scomode, allora la verità non ti sarà preclusa.

Eat, Pray, Love

In any given moment we have two options:

to step forward into growth

or to step back into safety

A. Maslow

Vetri infrangibili e altri rimedi..

La prima volta che ho varcato la soglia dello studio, ormai qualche mese fa, avevo con me un bagaglio carico di paura ed insicurezze, chiuso accuratamente a chiave. Avevo l’illusione di poterlo depositare lì così com’era e andarmene più leggera. In quel momento infatti non solo non mi interessava sapere cosa contenesse quel macigno chiuso ermeticamente, che sembrava non volermi lasciare andare, ma avevo paura che scoprirlo mi avrebbe fatto ancora più male. Incredibile quanto si può essere attaccati alla propria sofferenza, quando impari a conviverci la conosci così bene che quasi ti ci affezioni, non ti sogneresti mai di lasciarla andare, e per cosa poi? La certezza di quello che conosciamo, anche se fa male, è inconsciamente preferibile all’incertezza dell’ignoto, anche quando si tratta di una potenziale ancora di salvezza. Proprio per questo la mia prima reazione quando ho capito che, in realtà, se ero lì, era perche quel bagaglio andava aperto, è stata la fuga… Ho pensato subito “ma questa qui sta dicendo un sacco di sciocchezze, mi sta anche un po’ antipatica, mi sa che non ci torno più”. Ero proprio lì lì per mettere la testa sotto la sabbia, ancora di più, quando un barlume di saggezza, nascosto in qualche angolo remoto della mia testa, mi ha ricordato che in quello studio io non incontravo nient’altro che me stessa, e che tutto quello che pensavo di lei, di te, era in realtà una reazione a quello che sono io. E così ho scelto di darti la mano, per potermi prendere per mano, e affrontare questo cammino spinoso e tortuoso che mi ha portato qui, oggi. Quando ci siamo guardate ieri, ho letto nei tuoi occhi la mia gioia e la mia soddisfazione di essere riuscita finalmente a vedermi e ad accogliermi per quella che sono. Quello sguardo così leggero e felice mi ha dato il coraggio di uscire da quella stanza serena, sapendo che anche se non ci tornerò presto tutto quello che mi è servito e mi serve lo porto con me, perché in realtà dentro di me c’era già. In questi mesi ho capito innanzitutto il valore del dolore, della possibilità che ci diamo di sentirlo e di accettarlo, senza combatterlo. Quando ti metti a nudo e ti lasci andare alle emozioni, puoi conoscere veramente te stesso e chi ti sta intorno. Può sembrare banale ma è vero, quando sei sincero con te stesso e con gli altri, anche le persone intorno a te si mostrano per quello che sono. C’è chi si spaventa e si allontana, chi non capisce e si arrabbia, e c’è invece chi sa sentire la lotta che ti si sta consumando dentro e si avvicina ancora di più, ti porge la mano o ancora più straordinariamente prende un po’ del tuo coraggio per affrontare i suoi demoni. Quando invece di ignorarlo impari a guardarlo dritto in faccia, il dolore può diventare un faro che illumina le cose importanti e spegne il resto. Ho imparato anche il valore della sincerità, di essere onesti con se stessi soprattutto rispetto alle proprie “ombre”, tutte quelle parti di cui è difficile ammettere l’esistenza, che a volte decoriamo raccontandoci favole, creando personaggi che sono ben lontani dalla realtà. Come il dolore, anche le debolezze quando vengono accettate e non combattute, svelano il loro valore. Nel mio caso, accettare di essere un animo solitario e riservato, mi ha permesso di riconoscere il bisogno a volte di chiudermi nel mio mondo, così adesso so quando e quanto posso darmi agli altri per il piacere di farlo e non per senso del dovere. Infine, la forza più grande ancora una volta si è mostrata quella dell’amore, perché quando tutto sembra perduto e non sai più se riuscirai a ritrovarti in quella fitta coltre di nebbia che avvolge tutto intorno a te, l’unica cosa che può salvarti è l’amore. L’amore per me stessa mi ha permesso di tornare nel tuo studio ogni settimana, anche controvoglia, di lavorare giorno per giorno per sciogliere la matassa, di alzarmi la mattina con il sorriso anche se non avevo la più pallida idea di quello che stavo facendo (e ancora non ce l’ho), di coccolarmi quando ero troppo triste per pensare anche solo di parlare con un’amica, di truccarmi vestirmi e mostrarmi carina quando mi sentivo uno straccio, di riconoscere il mio valore quando nessuno sembrava capirmi. Ora so che avrei potuto affrontare il cambiamento con la paura che portavo in quel bagaglio, come ho fatto altre volte in passato, alzando un muro nell’illusione di potermi proteggere dagli urti della vita. Il muro è vero può essere una difesa da chi può farti male, ma può anche isolarti da chi ti può aiutare. Oggi la paura ha lasciato il posto alla fiducia, e ho trovato il mio personale confine, per proteggermi senza chiudermi, per vedere e farmi vedere senza sentirmi indifesa.
So che la strada è ancora lunga davanti a me, mi aspettano altre salite anche più ripide ed è ancora tutto da scoprire, ma pensarci adesso non fa più paura. Ti ringrazio per avermi accompagnato, come hai detto tu, in questo momento così delicato della mia vita, per avermi ricordato che non esiste giusto e sbagliato, ma solo ciò che fa bene o male, e che tutto quello che succede può essere un bene se sappiamo guardarlo con gli occhi giusti.


Ama e ridi se amor risponde 
piangi forte se non ti sente 
dai diamanti non nasce niente 
dal letame nascono i fior 

I Buoni Propositi

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Ogni anno, alla fine dell’anno, si ripeteva sempre lo stesso rituale. Un foglio bianco e una penna per buttare giù tutti i sogni, le aspirazioni, i traguardi da raggiungere nell’anno successivo. Un elenco che sanciva un nuovo inizio, come a dire “il passato prima di ora non conta, queste sono le cose di cui mi importa davvero, mi do 12 mesi per poterle realizzare”. Con il susseguirsi dei giorni e delle stagioni, presa dagli affanni e le gioie della quotidianità, dimenticavo presto quel foglio accuratamente ripiegato e riposto in una cassetta nel fondo dell’armadio, come se il semplice fatto di aver messo nero su bianco quei pensieri potesse bastare a farli realizzare. Ogni anno, alla fine dell’anno, riaprivo curiosa quel coperchio, quasi divertita dal leggere le cose che per me erano importanti l’anno prima e che poi spesso non si rivelavano affatto tali, un po’ delusa per quelle che ancora contavano molto ma che inevitabilmente non ero riuscita a realizzare. Ogni anno tiravo le somme, convinta che solo nel momento in cui fossi riuscita a riprendere quel foglio e a prendere atto di aver realizzato ogni suo punto, solo allora sarei stata davvero felice, soddisfatta di aver fatto le cose “giuste”. Quest’anno, alla fine dell’anno, leggo l’elenco dei passati trecentosessantacinque giorni, uno degli anni più intensi della mia vita, ricco non solo di eventi ma di emozioni e ancora di più di trasformazioni. Rileggo quelle parole, ma non le ascolto davvero, quello che sento è il mio stato d’animo, le emozioni di quel momento preciso di una mattina gelida e soleggiata di dicembre, mentre sotto al piumone con la mano esposta al freddo affidavo alle note del mio cellulare, proposito dopo proposito, la ricetta della mia felicità. Anche questa volta, nonostante avessi quella nota sotto il mio naso, non l’ho mai più riaperta fino ad oggi. Ricordo le sensazioni connesse ad ogni punto della lista, posso dire per una volta di aver realizzato, o almeno di aver provato a realizzare, ogni proposito di quell’elenco. In realtà ne è derivato un vero e proprio terremoto, neanche lontanamente vicino alla serenità che immaginavo potesse portare l’aver effettivamente cercato di mettere in pratica quello che mi ero proposta. Fortunatamente però ho comunque scoperto qualcosa di altrettanto significativo. In questo anno mi sono spesso chiesta cosa significa per me la felicità, cosa significa l’amore, e qual è il senso che voglio dare alla mia vita (non lo dicevo mica per dire che è stato un anno intenso :D). Lo Yoga mi ha insegnato a formulare un’intenzione all’inizio di ogni pratica. Questo semplice rituale in un primo momento mi è sembrato inutile, poi estremamente difficile, e infine indispensabile. L’intenzione che do a quello che faccio, ci pensate mai? Una cosa così importante che viene continuamente offuscata da “quello che  è giusto fare” “quello che devo fare” “quello che gli altri si aspettano che io faccia”. Eppure ha un potere straordinario, di potersi dire con che spirito scegliere di fare una cosa. Non so bene spiegare come, ma da questo semplice accorgimento possono nascere grandi stravolgimenti intorno a noi. In questo fine anno così delicato, ho scelto di affrontare le cose più “spigolose” con amore e compassione. Che paroloni è vero, ma ogni tanto forse fa bene rispolverarli, tirarli fuori dagli scaffali impolverati del romanticismo e dei precetti religiosi, e riportarli alla semplicità del quotidiano. Insomma anche da un pranzo di natale pieno di potenziali disastri, è sbocciato un piccolo fiore. E a me questo basta per ritrovare la fiducia nelle cose belle, che spesso sono proprio dietro l’angolo più buio.

Quest’anno, alla fine dell’anno, non ho ricette per la felicità, ma forse qualcosa di simile, sicuramente più efficace. Cancello tutti i punti, e conservo per questo 2019 solo un piccolo post – it, stavolta attaccato in bella mostra.

Buon Anno a tutti

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